Il 2026 è l’anno del ritorno dei media fisici. O almeno così indicano le ultime tendenze.
Nell’epoca in cui gli abbonamenti streaming regnano sovrani, sta nascendo un movimento contrario. DVD, libri, vinili, riviste e musicassette stanno ritornando nelle nostre case, come un atto di ribellione nei confronti di una società che ci vuole sempre online.
Questo nuovo trend, nato sui social media, è iniziato da tempo ormai, partendo dall’aumento di vendite di vinili nel 2022, e si sta diffondendo verso altri media fisici che sembravano ormai sul punto di estinguersi. Come testimoniano i dati FIMI relativi al primo semestre del 2025, lo streaming audio e video rimane il mezzo principale di fruizione con una crescita del +9,9% e un valore complessivo pari all’80% circa dell’intero mercato musicale italiano. Sorprendenti però sono i numeri del comparto fisico, cresciuto nel complesso più del digitale: il totale dei supporti fisici ha segnato un +13%, trainato da un +17% nelle vendite di vinili e da un +4,7% nei CD rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Diversamente da come si potrebbe pensare, questa rivoluzione non è guidata solo dalla nostalgia dei Millennial. La Generazione Z è la principale responsabile nella riscoperta di DVD, CD e altri media fisici, percepiti come oggetti vintage “cool”, spesso più per il loro valore estetico che per un ricordo personale del passato.
I motivi della nascita di questa nuova tendenza, oltre al fenomeno culturale della nostalgia di un passato che appare più idilliaco, sono diversi e profondamente radicati nelle difficoltà della vita odierna.
Il fascino del tangibile
Abbonamenti su abbonamenti non trasmettono la stessa sensazione di una ricca libreria o di una collezione di vinili curata nei minimi dettagli. Come ha spiegato al Washington Postil professor Ted Striphas dell’Università del Colorado, la possibilità di collezionare ed esporre questi media comunica aspetti di sé stessi e della propria identità in un modo che i servizi di streaming non riescono a fare. La tangibilità di questi oggetti rende l’esperienza di ascolto, lettura o visione più densa, più personale e più significativa.
Il valore della lentezza
Secondo il report “Digital 25” di We Are Social, la popolazione italiana passa quasi sei ore al giorno online. Tra e-mail e scroll infinito sui social siamo costantemente connessi. Tutto è rapido, immediato e a portata di click: la concentrazione e l’impegno prolungato tendono a passare in secondo piano. I media fisici possono invece riportare l’attenzione su un unico elemento per un tempo più lungo, lontano dalla frammentazione dei contenuti brevi e dimenticabili. Il rituale di ascoltare un CD dall’inizio alla fine o di scegliere un film dalla propria selezione personale può rallentare, anche solo per un momento, la frenesia della vita moderna e attenuare il sovraccarico digitale.
Critica alla dipendenza dai servizi digitali
La comodità dello streaming risiede nell’avere una vasta gamma di contenuti sempre a disposizione, ma quella stessa disponibilità è fragile: una piattaforma può decidere in qualunque momento di rimuovere un film, una serie o un album dal proprio catalogo. Possedere una copia fisica, come ha scritto Guillermo Del Toro su X, significa diventarne custodi, conservarla per sé e per le generazioni future. In questo scenario cresce anche il bisogno di autonomia rispetto agli algoritmi di raccomandazione: sistemi che suggeriscono cosa vedere o ascoltare in modo spesso opaco, influenzando progressivamente i gusti e riducendo la libertà di scelta percepita.
In un mondo dominato da infinite opzioni e algoritmi, questa nuova tendenza è un modo per smettere di subire passivamente e cominciare a scegliere. Lo streaming continuerà a dominare il mercato, ma i media fisici potrebbero col tempo crescere diventando una nicchia sempre più significativa.
Quando tutto è progettato per essere accessibile, immediato e onnipresente, riscoprire la materialità di un oggetto significa riappropriarsi di tempo, intenzionalità e piacere di scelta. La crescita dei media fisici non annuncia la fine dello streaming, piuttosto indica che nel futuro i due modi di consumare cultura potranno convivere, ognuno rispondendo a bisogni diversi.
Forse ciò che guadagniamo non sono solo oggetti da collezionare, ma momenti di presenza, esperienze che richiedono tempo e una consapevolezza che lo streaming da solo non riesce a offrire.

